VERGOGNA!
Processo Aldrovandi, il pm chiede pena di tre anni
Urlava «basta» e «aiutatemi» quella mattina, del 25 settembre di 4 anni fa, Federico Aldrovandi. Invece di essere aiutato, subì una aggressione violenta. Non ha avuto dubbi il pm Nicola Proto interpretando quella richiesta del ragazzo di 18 anni morto durante la colluttazione con gli agenti, nel proporre al giudice Francesco Caruso oggi, nella sua requisitoria, condanne choc, tre anni e otto mesi, per i quattro agenti imputati. «Sono queste due parole - ha sottolineato Proto -, le ultime pronunciate da Federico, a pesare come macigni: di fronte a queste richieste di aiuto non bastava chiamare l'ambulanza, si doveva fare di tutto per tutelare l'incolumità del ragazzo». Tutti e quattro gli agenti hanno lo stesso livello di responsabilità: «perchè il comportamento adottato durante la colluttazione con il ragazzo è stata una scelta unanime», del gruppo. Un gruppo di agenti che perse il controllo, quella mattina: Proto, per sostenere questa sua tesi, pone domande cui dovrà rispondere il giudice nel suo verdetto: «Era necessario - si è chiesto Proto - l'uso dei manganelli da parte di tutti e quattro gli agenti? Era necessario colpirlo in tutto il corpo, compresa la testa? Era necessario continuare a colpirlo quando era già a terra? E infine immobilizzarlo in posizione prona, non corretta?». Persero il controllo, quella mattina, i quattro agenti: per questo motivo il capo di accusa parla di «eccesso colposo», per quella colluttazione ingaggiata «in modo imprudente e soprattutto sproporzionato». Un intervento che potevano gestire meglio: «C'era un'alternativa al loro comportamento, molto semplice: girare il ragazzo per permettergli di ventilare. E non l'hanno fatto». Ma nell'aula del processo che ormai si trascina da due anni, uno dei momenti più intensi, è stato quando il pm Proto ha fatto rivivere una delle «prove d'accusa» fondamentali: la testimonianza di Anne Marie Tsagueu, una residente di via Ippodromo, testimone della colluttazione: una testimonianza che era stata «congelata» nell'incidente probatorio, e mai raccontata in un ambito pubblico, con la evidenza usata dal pm Proto. La donna, aveva riferito di aver visto «i poliziotti stringersi attorno al ragazzo come formiche» dopo che Federico aveva fatto una sforbiciata. Disse di averli visti «picchiare il ragazzo con gli sfollagente in tutto il corpo e poi appoggiarsi su di lui». Fu dunque per Proto «un'azione rapida e violenta, in cui si sono rotti due sfollagente». Sfollagente che comparirono solo il pomeriggio del giorno dopo, il 26 settembre: un fatto «inquietante» e «frutto di un'azione pensata». Un pasticcio su cui sono in corso altre due inchieste parallele - sempre del pm Proto - per presunti depistaggi e boicottaggi delle indagini. 19 giugno 2009
Addio a Ivan Della Mea, militante della canzone italiana
Scrittore e giornalista aveva collaborato con il Manifesto e l'Unità
Era uno dei militanti della canzone italiana. Ivan Della Mea è morto la notte scorsa all'ospedale San Paolo di Milano. Aveva 69 anni. Cantautore, poeta e scrittore nato a Lucca il 16 ottobre 1940, si era presto trasferito a Milano dove, insieme a Gianni Bosio, fu tra i fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano, il cenacolo di artisti e intellettuali che ha segnato lo sviluppo della canzone di protesta italiana. Nella lunga carriera di Ivan Della Mea musica e militanza nelle forze della sinistra sono unite sin dall'inizio. Le sue prime incisioni compaiono in Canti e inni socialisti, compilation prodotta nel 1962 per il 70° anniversario del Partito Socialista Italiano. La tradizione politica del folk italiano è stata sempre la sua costante ispirazione, sin dai primi lavori. Come Ballate della piccola e della grande violenza, lp uscito per l'etichetta discografica Dischi del Sole, la stessa di Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli. Negli anni '60 le canzoni di Della Mea e degli altri esponenti del Nuovo Canzoniere fanno da colonna sonora alle proteste degli studenti e degli operai. Del 1972 una delle sue canzoni più famose, Ballata per Ciriaco Saldutto, è dedicata a uno studente torinese morto suicida dopo essere stato bocciato. La ricerca musicologica lo porta a confrontarsi anche con la composizione in dialetto. Sua la celebre El me Gatt, considerata una delle più importanti canzoni di protesta italiane. La passione per la ricerca musicale lo porta negli anni '90 a dirigere l'Istituto De Martino, una delle istituzioni più prestigiose dell'antropologia musicale italiana. Artista a tutto tondo, Ivan Della Mea ha avuto anche esperienza cinematografiche e letterarie. Nel 1969 partecipa alla scrittura della sceneggiatura di Tepepa, cult movie dello spaghetti western interpretato da Tomas Milian e Orson Welles. Con Roberto Benigni partecipa nel 1979 a I Giorni Cantati di Paolo Pietrangeli. Tra le sue opere letterarie Il sasso dentro del 1990 e Sveglia nel buio del 1997. Per Jaca Book era uscita quest'anno la sua autobiografia Se la vita ti da uno schiaffo. Giornalista pubblicista ha curato rubriche per L'Unità e per Liberazione e ha collaborato a lungo con il Manifesto. Iscritto per la prima volta al Pci nel 1956, Della Mea aveva sempre seguito con attenzione il dibattito interno alla sinistra italiana. Nel 2007, in una dura requisitoria contro l'allora presidente della Camera Fausto Bertinotti, aveva scritto: "Noi siamo stati l'etica della sinistra, quella che è stata distrutta nel nome della ragione di partito. E' questo l'errore più grave che non abbiamo saputo o voluto vedere". In una delle ultime interviste, rilasciata a Liberazione il 15 maggio scorso, Della Mea aveva svolto una riflessione sugli obiettivi comuni della sinistra italiana: "Credo sia molto importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché è trasversale, tocca tutti, sia a destra che a sinistra. C'è bisogno di politica vera, fatta per strada, che venga fuori dalle proprie stanze". (14 giugno 2009)
Padre Manuel Musallam (Gaza) Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: “Non sapevamo”. Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po’ lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.
Padre Giovanni Scalese
—————————————————————————————- Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un’intera nazione è colpita dal panico? Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai “territori occupati nel 1967″. Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le “Tennet outlines” e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l’assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un’inchiesta, come quella per l’assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell’interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l’universo. Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c’è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell’insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l’ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l’odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l’emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino? Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell’ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all’ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco. Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c’è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c’è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall’occupazione a dai nostri dolori. “Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza” (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l’occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l’umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l’orgoglio e l’arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell’oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell’Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita. Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d’acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell’emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi. Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha. Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale. C’è un proverbio cinese che dice: “Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa’ attenzione a non raccoglierlo”. Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l’amore, quando l’odio, l’assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: “Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?” (Is 53:1). Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l’odore del sangue umano era considarato un’offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l’Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: “Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza! Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: “Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L’acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c’è per noi riposo. All’Egitto abbiamo teso la mano, all’Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c’è chi ci liberi dalle loro mani”. (Lam 5:3-8). E ora, dov’è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov’è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: “Alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro” (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio. Voglio ricordarvi: “Chi prende a calci l’uomo, dall’uomo è preso a calci” (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, “Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo” (At 26:14). “Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna” (Corano, Sura 37). Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7:12). E il profeta Isaia: “Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo” (Is 57:14). La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: “La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza” (Rm 9:6-7). “Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo” (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo. Padre Manuel Musallam, Gaza Traduzione a cura di Padre Giovanni Scalese
La musica ricorda Demetrio Stratos
Sono passati trent'anni da quando Demetrio Stratos non c'è più. L'Unità lo ricorda in edicola con uno speciale: un articolo di Franco Fabbri, studioso di “popular music” ma soprattutto membro degli Stormy Six, anche loro protagonisti del grande movimento del rock italiano che proprio con la morte di Stratos dovette celebrare anche la propria fine. Inoltre, una discografia ragionata e una piccola guida ai festival e alle iniziative che quest'estate vengono dedicate ad una delle voci straordinarie che l'Italia abbia conosciuto. A proposito dei mitici settanta: non perdetevi, a fianco, l'articolo di Giancarlo De Cataldo su come l'epoca degli anni di piombo e similari siano entrati nella “nuova epica” italiana. Anche il mondo della musica ricorda Demetrio Stratos, il geniale vocalist degli Area, passato alla storia per le sue ricerche sulla vocalità, di cui il 13 giugno ricorre il trentennale della morte. Sono un festival e una manifesto, legato a sua volta a un progetto culturale, le due iniziative legate al nome-simbolo della sperimentazione musicale in Italia e in entrambi è coinvolto Mauro Pagani, fondatore della Pfm, produttore musicale, compagno d'avventura, tra gli altri di Fabrizio de Andrè e Stratos. La prima è l'edizione di quest'anno della Città aromatica, il festival, giunto alla nona edizione, in programma a Siena dal 24 al 28 agosto, di cui Pagani è direttore artistico. La star della rassegna, che è programmaticamente aperta alle più diverse proposte artistiche, è Pino Daniele, che si esibirà il 28, ma per i fan degli Area e di Stratos l'appuntamento è fissato per il 25: in scena saliranno I tre componenti del nucleo storico degli Area (purtroppo anche il batterista Giulio Capiozzo è morto): Patrizio Fariselli, pianista, che rileggerà per piano solo I brani della band, Paolo Tofani, il chitarrista, specializzato nella ricerca sui confini tra musica orientale e occidentale, e Ares Tavolazzi, bassista-contrabbassista che suonerà con il suo trio jazz. I tre, che non suonano insieme da 30 anni, saranno protagonisti di una reunion cui si unirà anche Mauro Pagani in un 'omaggio a Demetrio'. In questo solco va inserito anche il concerto del 27 con John De Leo, ex leader dei Quintorigo, le cui ricerche sulla vocalità lo fanno individuare come un credibile erede di Stratos. A completare il programma gli appuntamenti con la danza del 26 e del 27 agosto con le compagnie Motus e Francesca Selva, il prologo del 24 con la Cambridge University Musical Society Chorus and Orchestra e l'appuntamento realizzato il 24 luglio in collaborazione con Siena Jazz con la Brasilian All Star, special guest Eddie Gomez. Il manifesto è un'idea nata in collaborazione tra Pagani, il critico musicale Gino Castaldo, il discografico Stefano Senardi e Pasquale Minieri, musicista e produttore di lungo corso che ha condiviso con Stratos l'esperienza di Carnascialia. «Non volevamo ricordare Demetrio in modo tradizionale» hanno spiegato. Così è nata l'idea di un manifesto programmatico attorno cui, nelle idee dei fondatori, dovranno coaugularsi le idee di tutti gli artisti che hanno a cuore un'idea di musica che non sia solo mercato o riproduzione meccanica. Ci sono già due risultati concreti: un sito internet, www. stratossfera.com, che fa da punto di riferimento per l'iniziativa e un brano inciso da Marco Fabi, Daddy's dream, un singolo, oggi una rarità discografica, che Demetrio Stratos incise dopo aver lasciato I Ribelli e prima di entrare negli Area.
Anatomia di Berluscolandia
MIGUEL MORA 07/06/2009
Decine di voli di stato e privati portano ogni fine settimana in Sardegna un esercito di bellezze che intrattengono il capo del governo italiano ed i suoi amici. Dopo le accuse della first lady e del "Noemigate", l'Italia rivela al mondo il suo clima di basso impero. Costerà caro a Berlusconi?
Giardini infiniti, laghi artificiali, organi sessuali all'aria, giochi lesbici, effetti speciali, pizza e gelato gratis... Una residenza geriatrica ricolma di corpi stupendi. Le fotografie censurate in Italia per iniziativa di Silvio Berlusconi mostrano la routine disinibita dellla villa sarda del capo del governo, nella Costa Smeralda della Sardegna. Lunedí 1, giardini del palazzo presidenziale del Quirinale, festa della Repubblica: centinaia di personalità del regime salgono a salutare il premier, braccato dalle reazioni suscitate dalle notizie sulla sua amicizia con Noemi Letizia, una giovane di 18 anni. Un 70% di queste personalità si dirige a salutare Berlusconi con la figlia a bracetto, invece della moglie. Benvenuti in Berluscolandia, il paese in cui tutte le ragazzine vogliono diventare veline. Visitiamo adesso Villa Certosa, la misteriosa residenza sarda del magnate milanese, che è anche premier e attuale presidente di turno del G-8, e lider eletto per alzata di mano del partito del Popolo per la Libertà. Da quando si è saputo che Noemi Letizia, la ragazza che chiama Berlusconi Papi, ha trascorso lo scorso capodanno nella villa con altre 30 veline, tutti gli italiani fantasticano con questo nome: Villa Certosa. La tenuta è il sogno di ogni camorrista, specialmente se si trova in prigione: ulivi e palme, piscine ovunque, gelati e pizza gratis, laghi artificiali, un anfiteatro in cui suona e canta le sue canzoni napoletane l'indimenticabile Mariano Apicella, che ha pubblicato due cd con parole di Berlusconi. Il mare turchino, la grande casa principale, le stanze segrete, il canale sotterraneo che comunica direttamente la villa con il mare - ispirato a un film di James Bond ?, il parco di sessanta ettari, i bungalow che il padrone di casa mette a disposizione delle sue ospiti (sempre piú numerose le ragazze che gli uomini, in un rapporto di 4 a 1), tutto ciò riformato e rinnovato nel 2006 al modico prezzo di 12 milioni di euro. Una fonte di piena fiducia, inoltre, assicura che la villa nasconde un rifugio atomico nel sottosuolo e che le provviste vengono rinnovate ogni poco. E poi ci sono le veline, quelle bellezze che, può darsi, riusciranno forse a far conoscere questo strano periodo della storia con il nome di berlusconismo-velinismo. La bellezza della parola velina è tanto suggestiva quanto la sua origine: la velina era la nota che veniva inviata ai giornali dall'ufficio censura del fascismo, e nella quale si indicava cosa si potesse scrivere e cosa no. Questo carattere di cosa fuori contesto è stato applicato, con il passare del tempo, alle assistenti della televisione che comparivano in zone estranee al loro compito di elemento decorativo, ad esempio vicino al tavolo in cui il giornalista legge le notizie. "Arriva la velina ". Fino ad oggi. Anche se è sempre stato il segreto di Pulcinella, l'Italia è convissuta senza alcun ritegno morale con il fatto che Silvio Berlusconi abbia conosciuto, corteggiato, invitato, raccomandato, assunto, aiutato e promosso centinaia di veline lungo la sua carriera politica. L'elenco è troppo lungo ed anonimo per poter riprodurlo qui. Durante una decade di visite, feste e gite, quasi tutte, e molte altre, saranno logicamente passate da Villa Certosa. I migliori corpi dell'Italia. I visi più innocenti e più belli. Aspiranti modelle, attrici, vedettes, majorettes, presentatrici. Ragazze giovanissime, dai 17 e 18 anni fino ai 28 o 29, non oltre: farfalle appena uscite dalla crisalide famigliare che sono entrate a far parte dell'harem dello sceicco. "Quando le accoglie al suo seno", rivela Concita de Gregorio, direttrice de L'Unità, "offre loro un gioiello a forma di farfalla, a modo di contratto o sigillo. È il segno del sultano" La politica-spettacolo di Berlusconi, il suo atteggiamento personalista e plebiscitario, il fascino del magnate generoso e donnaiolo, hanno sedotto durante quindici anni le masse di telespettatori e votanti italiani con le sue battute, il suo stile maschilista, le sue gaffe, la sua ascensione sociale, i suoi trionfi elettorali, persino le vittorie e gli ingaggi delle sue squadre di calcio (questa settimana ha paralizzato fino a lunedí la comunicazione della vendita di Kaká pero no farsi scappare un solo voto). Tutto ciò forma parte naturale del suo bagaglio a-politico ed a-culturale, del suo populismo aperto e mondano che, paradossalmente, si appoggia a sua volta in un non-programma non-politico, tradizionalista e cattolico, lontamente ispirato alla trinità "Dio, patria e famiglia". Ci sarebbe da aggiungere: "e veline". Villa Certosa è il simbolo dello status del Cavaliere piú discreto, il suo rifugio non solo nucleare. È il suo tesoro, il suo segreto meglio mantenuto, il luogo in cui quest'uomo di quasi 73 anni, multimiliardario e prepotente, simpatico e mediatico, riceve le sue amiche ed i suoi amici, svolge consigli di ministri informali, chiude o prepara affari o imprese politiche, riceve i lider della destra mondiale, cura le sue crisalidi, siede le sue veline sulle ginocchia mentre la mano indaga sotto la maglietta e le passeggia nel carrello da golf lungo il parco, zona militarizzata e segreto di Stato (ma non troppo) dal 2006. A giudicare dalle foto di Antonello Zappadu, Villa Certosa è anche il luogo in cui il magnate megalomane, il personaggio eccessivo, comico e mitomane, dimentica di essere un vecchio (e che dieci anni fa ha abbandonato la camera matrimoniale) e diventa di nuovo il macho, lo sceicco dell'harem, il Super-Silvio sempre abbronzato ed operato (anche della prostata), mentre l'Italia sussurra preoccupata che prende troppa viagra e che i dottori temono per il suo cuore. Villa Certosa è anche il posto in cui la sua amica Noemi Letizia, 18 anni appena fatti, è stata invitata a trascorrere le vacanze di Capodanno con altre trenta colleghe ed una decina dei grandi uomini del berlusconismo, quasi tutti settantenni come lui: gerontocrazia e ragazze stupende. Come affermaa il filosofo Paolo Flores d'Arcais, "bisogna chiedersi non che cosa succede o sia successa a Villa Certosa, ma che cosa sarebbe successa negli Stati Uniti se venisse a sapersi che Obama ha trascorso le vancanze natalizie con 30 vedettes di 18 anni e senza sua moglie; o in Germania se venisse scoperto che Angela Merkel trascorre le vacanze con 30 gigoló ben piantati". Nel caso di queste giovani donne italiane si tratta di realizzare un sogno, di raggiungere la meta: conoscere Silvio e i suoi poderosi amici, lavorare alla televisione e forse arrivare anche in politica, il che nel paese della RAI e di Mediaset controllate dallo stesso uomo sono una sola cosa. Molte di queste ragazze si sono limitate, tragicamente, a impersonare il modello dei loro genitori, il conformismo di questa disillusa generazione post-68 che è rimasta rimbambita davanti alla televisione negli anni ottanta e novanta, guardando come si dissolveva la Democrazia Cristiana, come si esiliava Bettino Craxi, come la, in altro tempo brillante sinistra italiana diventava, dopo la caduta del Muro di Berlino, una casta oligarchica, noiosa e lontana dai bisogni della gente. Ad alcuni sembrerà ripugnante, ad altri pragmatica ed umana, questa idea del mondo e dell'ascesa sociale. Ma, esiste un modo migliore per trionfare nell'Italia della televisione che l'essere vicino, molto vicino, al grande padrone della televisione europea, forse mondiale? Berlusconi, lo ha scritto Eugenio Scalfari, è il Re Sole. Come dice un politico sardo, "se ti avvicini al sole, il sole ti illumina e ti riscalda". E secondo quanto sostiene un altro maestro di giornalisti, perseguitato dalla destra, Giancarlo Santalmassi, "mezza Italia lavora per Berlusconi, l'altra metà lo desidera" Visitare Villa Certosa assicura alle ragazze un posto vicino al sole, un telefono al quale chiamare, forse una raccomandazione dell'imperatore, un pollice in su, un casting al quale presentarsi di ritorno da Roma o da Milano, domenica notte o lunedì mattina, dopo le lunghe e divertenti notti, le chiacchere politiche di Silvio, le passeggiate per fare acquisti al centro commerciale di Porto Rotondo (paga Papi, fino a 1.500 euro per ragazza), i balli sfrenati, qualche striptease piú alcolico che pagato, il maschilismo nella sua indole peggiore. Non è facile trovarsi fra le elette, arrivare alla categoria di vestale di Villa Certosa, insiste il politico sardo, che preferisce non identificarsi per motivi di sicurezza: "Chi va nella villa conta; chi dorme lì, conta molto, e chi ci passa le vacanze, è nel cuore del Cesare". Il Cesare, che ha iniziato la sua carriera nell'edilizia, ha altre sette ville in Sardegna, un'altra ad Antigua, innumerevoli ville a Roma e a Milano; ma Villa Certosa è la misura di tutte le cose. Anche i ministri e le ministre del Gabinetto si dividono fra i molto assidui (come il silenzioso Gianni Letta) e gli occasionali, che sono andati solamente una volta o lo hanno fatto per partecipare a qualche consiglio di ministri (o di amministrazione) fuori stagione. Fra le ministre, quella che ci è stata piú volte è Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità, cui onora la sua fedeltà, poichè è stata l'unica ad osare difendere i suoi atti riguardo all'assurdità del Noemigate. Secondo lei, coloro che combattono e criticano Berlusconi lo fanno per invidia e senza ragione, dato che è una persona "buona". Per le ragazze, la miglior forma di entrarci è captare l'occhio esperto del vecchio scapestrato. Come è accaduto a Noemi o alla stessa Carfagna e a decine di ragazze. Noemi, una dolce giovinetta cresciuta in ambienti prossimi alla Camorra napoletana, voleva diventare artista. E così dunque, si è fatta fare un libro di fotografie e lo ha inviato ad un'agenzia di Roma. Il giornalista di Canale 4 Emilio Fede, amico intimo di Berlusconi, lo ha preso, lo ha portato via con sé, e se lo è scordato, guarda caso, sul tavolo; il suo capo ha preso il telefono ed ha fatto il numero del cellulare della giovane. Le ha detto che aveva uno sguardo angelico e che doveva mantenersi così, pura. Questo è successo a ottobre, ha rivelato Gino, l'operaio fidanzato a Naomi fino a quando è arrivato Papi, in una intervista concessa a La Repubblica. Poco dopo Noemi è stata vista in una festa della moda a Villa Madama, in un'altra del Milan. In entrambe le occasioni è stata fatta sedere al tavolo presidenziale. Secondo quanto raccontato sia da Berlusconi che dai suoi genitori, l'amicizia era di vecchia data; Gino ed una zia di Noemi lo hanno smentito. Fatto sta che, a dicembre, Noemi si trovava già a Villa Certosa con la sua amica Roberta, una delle tre amiche insieme alle quali ha girato un video domestico, disponibile ormai su Youtube, nel quale si dichiarano fantastiche e irraggiungibili. Anche se, a pensarci bene, forse era prima, perchè la stessa Noemi ha dichiarato, quando ha iniziato ad essere famosa, che aveva visto spesso Papi, che lui non sempre poteva andare a Napoli, occupato com'era, e che i due cantavano assieme le canzoni di Apicella. Adesso la ragazza, in un ulteriore disperato tentativo di mettersi al riparo, ha dichiarato in un'intervista per la rivista Chi, proprietà di Berlusconi naturalmente, che è ancora vergine. Un'altra forma di arrivare a Villa Certosa, di raggiungere il rango di farfalla e passare a far parte della collezione del grande entomologo, è conoscere gli amici del Sultano. Meglio ancora se sono imprenditori VIP della cerchia strettamente giudiziaria (il giudiziario unisce molto), Marcello dell'Utri, condannato a 9 anni in primo grado per complicitá con la mafia; il padrone della scuderia Renault e compagno di fatiche off shore Flavio Briatore (che ha raccomandato a Berlusconi l'avvocato britannico David Mills, creatore corrotto dell'impero Fininvest B), o il compiacente Fede Confalonieri, presidente di Mediaset. È anche utile conoscere quei brillanti giornalisti della terza età, stelle fulgenti del firmamento televisivo filogovernativo, persone come Fede (autore del telegiornale più surrealista del continente), o come il sempre genuflesso Bruno Vespa, capace di intervistare il padrone dodici volte all'anno ed eludere sempre la domanda scomoda. Tutti coloro conformano l'essenza del berlusconismo-velinismo, e in quanto tali frequentano da anni il padrone. Cercano sicurezza, amiconi, calma, relax e bei corpi per mitigare lo stress e l'estenuante esercizio della politica, la corruzione o il sempre faticoso (per le vertebre) giornalismo da camera. Ci sono, chiaro è, vie intermedie, provveditori diversi, amanti dello sport del gineceo, mamme mezzane pronte a rinnovare gratis il corpo di magia del prestigiatore, ministri, viceministri e segretari di Stato pronti ad aggiungere novità alle serate, l'enorme cerchia fatta di figlie di amici, conoscenti, vassalli, impiegati, quella mancia di curve promettenti data al portinaio, la guardia del corpo, la cuoca, la cugina del carabinierie, l'aspirante modella che invia le sue fotografie via e-mail a Palazzo Chigi, insieme al numero del suo cellulare scritto con una grafia che imita il rossetto. Tutta Italia sta al gioco, tutto il paese lo sa; il problema è che tutti lo raccontano, ma nessuno lo dice con il suo nome. Satrapi, imperatori, monarchi e commendatori hanno storicamente riempito di ragazzine i suoi salotti, ma adesso la gente ha paura, l'omertà è condizione indispensabile perchè l'ipocrisia non finisca, perchè l'informazione sia tenuta sotto il controllo diretto o indiretto dell'imperatore (pubblicità istituzionale, sovvenzioni pubbliche, promesse, crediti...), se qualcuno cerca di uscirne può rimetterci l'impiego, la Chiesa di Roma non deve saperlo (e per questo si accontenta solo di reclamare sobrietà), ed inoltre c'è la crisi e viviamo in un pase sotterraneo per definizione, questo meraviglioso belpaese che si è sempre dichiarato fiero della sua arte domestica di arrangiarsi improvvisando, "O Francia, o Spagna basta ch'as magna". L'entrata delle veline televisive in politica, che si trova all'origine di questa crisi morale, era la conseguenza inevitabile della storia, del sistema. Forza Italia non è mai stato un partito, ma un gruppo di tifosi, di impiegati comandati da Dell'Utri che nel 1994 ha reclutato in fretta e furia tutte le segretarie di Publitalia per compilare in tempo le liste. Nemmeno il suo sucessore, il Popolo della Libertà, è un partito, ma un alluvione di consiglieri mediocri, gestori sommessi e bei visi senza tradizione, ideologia, basi. La televisione e la pubblicità come unica politica; e la politica si fa in televisione. Italia continua ad essere il paradiso della raccomandazione, chi non ha un amico è orfano, ed il grande capo si chiama Silvio. Silvio aggiustatutto. Ascoltate l'ex professoressa di Noemi Letizia: "È molto logico, lui la aiuterà, a tutti conviene avere amici, un medico che ti scrive le ricette". Il benefattore è Berlusconi; le scuole e le case sono pieni zeppi di belle Uranite, e il luogho in cui si mettono sotto tiro è Villa Certosa. Elisa Alloro, una delle veline che sono state nella casa madre, ha pubblicato questa settimana un interessante libro intitolato Noi, le ragazze di Silvio. In esso rivela che anche lei e non solo lei, chiama Berlusconi Papi da molto prima che facesse la sua apparizione nella vita del Cavaliere la cenerentola Noemi. "È una miniera di saggezza" scrive sul lider massimo la velina giornalista, 32 anni. Nata a Reggio Calabria, Alloro ha partecipato al corso di formazione politica di 25 giovani veline organizzato in vista delle elezioni europee dal PDL, con professori ilustri, fra gli altri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, e il vicepresidente dell'Europarlamento, Mario Mauro, a richiesta del primo ministro. Presentatrice, Alloro è stata prescelta dal Cavaliere insieme a, fra le altre, Eleonora Gaggioli, aspirante attrice; Camilla Ferranti, aspirante presentatrice, Angela Sozio, rossa di Grande Fratello fotografata da Zappadu nel 2007 sulle ginocchia del premier (insieme ad altre quattro), e Barbara Matera, partecipante del concorso Miss Italia della Puglia, amica del dottor Letta e finalmente (dopo l'"io accuso" di Verónica Lario) l'unica candidata velina fra le 25 precandidate. La prima a chiamare Berlusconi Papi, rivela Alloro, è stata Renata, una velina brasiliana e milanista. Il soprannome si è espanso come un virus. "E adesso, molte ragazze si rivolgono a lui con questo nome; "è un'abitudine, forse il frutto di un accordo tacito, una specie di nome in codice nato, forse, dall'atavico timore ad essere intercettati (dagli ascolti telefonici)", dice a Il Corriere della Sera. Il libro, di 100 pagine, è scritto sotto forma di lettera a Verónica Lario, rifiuta le accuse di "ciarpame" e difende il capo: "Ogni minuto passato con lui è come un dono divino". Il suo racconto narra che ha conosciuto Berlusconi nel 2004, mentre lavorava a Mediaset. Doveva intervistarlo sul ponte dello Stretto di Messina, ma in un batter d'occhio si è vista catapultata in Sardegna, "ad un pranzo di lavoro con professionisti dello staff presidenziale, io l'unica donna", scrive Il Corriere. Sono partiti insieme dall'aeroporto romano di Ciampino, sede dei voli di Stato, a bordo dell'aereo presidenziale; durante il viaggio ha scoperto che Berlusconi sapeva tutto su di lei ("mi ha fatto vedere un voluminoso dossier"), e gli ha fatto un'offerta di lavoro che lei ha rifiutato. "Mi ha spiegato che stava organizzando una task force di 50 giovani giornaliste per stabilire un ufficio stampa ponte tra Roma e Bruxelles. Al tuo curriculo converrebbe enormemente, mi disse..." Finito il pranzo, di nuovo in volo nell'aereo di stato verso San Siro, dove giocava il Milan. Scorta di auto ufficiali, sirene spiegate e poi di nuevo in viaggio aereo verso Ciampino. Dopo aver lasciato Mediaset, Elisa ha continuato a vedere Berlusconi: "Alcune volte mi ha invitato ad andare a Villa Certosa, assistere a cene con decine di invitati". Di Noemi ha un vago ricordo: "Ci hanno presentato fugacemente nel trascorso di una festa", racconta. Ma impossibile dimenticare, scrive, le due gemelline montenegrine che hanno inscenato "un ballo pazzo e spropositato davanti agli occhi di un costernato primo ministro". E le altre apparizioni non annunciate, femminili e no, alla porta della sue stanze". Questa è l'Italia, lo ha già detto la first lady Verónica Lario, molto meno indispettita che stanca, Lisistrata, patriota e rivoluzionaria, nel condannare il marciume del berlusconismo-velinismo: "Genitori pronti ad offrire al Drago le loro vestali", "ciarpame politico e maschilista senza pudore", un marito e premier che "frequenta minorenni e non sta bene". Impossibile dire di piú con meno parole. Lo staff del Cavaliere è attento alle sue necessità. I giornalisti che seguono le mosse del premier raccontano che c'è una bella ragazza nella sua squadra stampa che viaggia con lui ovunque, anche se non sa fare un bel niente. La sua consulente d'immagine copre le debolezze alla meglio e cerca di fare in modo che il Cesare sembri onesto. C'è un altro personaggio misterioso, una donna quarentenne, bruna, bella, vestita sempre con tailleur, che Zappadu ha fotografato molto spesso nell'aeroporto di Olbia. Si tratta di Sabina Began (SB), la preferita: i pettegoli romani la chiamano l'ape regina. Il giorno della Liberazione d'Italia, il 25 aprile 2008, durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale di Berlusconi, il presidente del Senato, Renato Schifani, Apicella ed altri gerarchi erano circondati da un mazzeto di ragazze sinuose: Don Silvio non aveva occhi che per SB, che si è fatta tatuare su una gamba "SB, l'incontro che mi ha cambiato la vita". Mentre la teneva sulle ginocchia e le canticchiava Malafemmena, Berlusconi ha detto: "Se ci fosse qui un fotografo questa foto varrebbe 100.000 euro". Come affermato da Lario, la storia politica in gioco va molto più in là del caso Noemi; la povera Noemi è solo l'ultima vittima di questo Grande Fratello. Sará la casa, Villa Certosa, come nelle Mille e una notti, un bunker di lusso un po'volgare con giochi erotici o è Berluscolandia qualcosa di peggio e di più lussurioso? Probabilemente, nessuna e le tre cose insieme, rispondono diverse fonti sarde e le fotografie di Zappadu, che ci introducono in questo sottomondo. Berluscolandia è bella, non si può non ammettere, anche se la natura sarda è molto piú agreste e meno fittizia che nelle cartoline dall'erba ben segata, quell'orto di erbe medicinali rotondo, quelle torri di imitazione. La prima cosa che sorprende è la smisuratezza. Sessanta ettari di terreno sono molti. Soprattutto nella costa Smeralda. Ci stanno due spiagge private, tre laghi artificiali, mezza dozzina di piscine, l'anfiteatro in cui si rappresentano gli spettacoli di Apicella (il cantautore che scrive per Berlusconi), delle ballarine, e delle bailaoras (il pubblico del flamenco si chiede ancora chi sia e cosa faceva lì quell'intrusa). Da una parte della tenuta c'è il Country, uno dei posti prediletti del premier, una discoteca con candele, tappeti orientali ed un riservato chiamato Harem. Non soffrano le anime candide. Nessuno delle migliaia di visitatori di Villa Certosa ha mai parlato di sesso. Lì non c'è sesso. Al massimo, gelato. Beppe Severgnini, cronista di Il Corriere, lo ha spiegato in questo modo: "Villa Certosa sta adottando, nelle fantasie nazionali, una grandezza leggendaria. Gli amici del protagonista, cercando di minimizzare, contribuiscono ad arricchire la messinscena. Marcello Dell'Utri: "C'è una gelateria. Ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. Se ci si pensa, è una trovata molto divertente". Flavio Briatore: "C'è il gioco del vulcano. Si parla del più e del meno e quando il gruppo si avvicina al lago, Berlusconi fa finta di preoccuparsi, dice che la Sardegna si trova in una zona volcanica. E in quel momento si sente un'esplosione incredibile, ci sono effetti speciali tipo fiamme...". Sandro Bondi, ministro della Cultura, cercando di spiegare la nudità di Topolanek, l'ex premier ceco: "Bah... D'altronde, pensate che la villa si trova a pochi metri dal mare. Un mare, come lei sicuramente sa, di una bellezza assoluta". Dell'Utri non ha potuto negare che oltre a gelato e pizza, nella villa ci sono sempre tante giovinette bellissime che passeggiano, fanno il bagno, la doccia, si esibiscono. Il più difficile per Berlusconi non sarà giustificare queste fotografie, che ha già definito "inutili". Il vero problema sarebbe l'esistenza di altre più compromettenti. "Berlusconi sa che c'è una talpa a Villa Certosa. Qualcuno ha tradito dall'interno, ma non sa chi è", spiega Marco Mostallino, un giornalista locale. "Berlusconi crede che si trova probabilmente tra le guardie di sicurezza. Non per caso ha accusato sua moglie dal giornale di suo fratello di farsela con una sua guardia del corpo". Villa Certosa è vigilata 24 ore su 24 da militari e carabinieri, come fosse una fortezza. Inoltre, ci sono guardie private ed altre che arrivano da tutte le parti. La storia della sicurezza nella Costa Smeralda è collegata al agá Jan, il primo promotore turistico della Sardegna, ed è iniziata con i vigilantes. "Jan ha assunto tutti gli uomini disponibili, e molti di loro avevano precedenti criminali", assicura Mostallino. Alcuni anni dopo, Berlusconi è arrivato all'isola. "È arrivato con suo fratello Paolo intorno al 1981 o 1982", ricorda il politico sardo. "La sua idea era di costruire due millione di metri cubi sul mare, in un terreno di 200 ettari a sud di Olbia, tra Le Saline e Capo Cerasso. Per fare impressione, arrivava con due libri enormi che diceva contenevano la valutazione dell'impatto economico. Viaggiava con un seguito di architetti, ingegneri, consulenti fiscali, economisti. Fino all'approvazione del progetto sono passati dieci anni, ed è stato concesso solo un cuarto dell'estensione originale, e questo in montagna, lontano dal mare. Ma quando è stato approvato non aveva soldi. Era il 1993 e subito dopo è entrato in politica". Silvio e Paolo hanno costruito la villa nei primi anni novanta. Con il tempo l'hanno trasformata pian piano in una casa degna di un film di James Bond. L'ironico Severgnini ha scritto sul Corriere della Sera che un giorno qualcuno scriverà la storia di Villa Certosa: "La cinica flessibilità italiana permetterebbe di raccontare molto, se non tutto. L'ultimo scoglio è la coerenza ufficiale. I politici, anche quelli che hanno meno pregiudizi, non sono ancora pronti ad ammettere quello che fanno, perchè hanno paura che qualcuno lo metta a confronto con ciò che dicono".
da EL PAIS
'papi'
senza parole
Benedetto XVI in Terra Santa, Bahar e Musallam: 'Visita di parte'

Gaza - Pic. Il presidente ad interim dell’Anp, il deputato Ahmad Bahar, ha condannato ieri lo spirito “filo-israeliano” della visita in Terra Santa di Papa Benedetto XVI, mettendo l’accento sui forti rapporti tra musulmani e cristiani nella Palestina occupata.
“I cristiani in Palestina sono nostri fratelli e vivono con noi in pace e sicurezza, per il fatto di essere nostri compagni di morte, di resistenza e di dolore”: queste sono state le parole di Bahar durante una conversazione telefonica con padre Manuel Musallam, eminente autorità cristiana di Gaza.
Secondo Bahar, l’atteggiamento di Papa Ratzinger e la sua evidente noncuranza per le sofferenze del popolo palestinese oppresso dall’occupazione israeliana trasmetterebbero a Israele un messaggio sbagliato, incoraggiandola a proseguire nei suoi crimini contro i civili innocenti nella Striscia.
Parole di biasimo sono state pronunciate anche nei confronti della visita alla famiglia del prigioniero israeliano Gilad Shalit, e per non aver speso nemmeno una parola sul travaglio delle famiglie degli 11.000 palestinesi rinchiusi nelle carceri d’Israele: un atteggiamento definito “ingiusto” dal presidente.
“Il Papa avrebbe dovuto chiedere la liberazione immediata di 40 parlamentari palestinesi rapiti dalle forze di difesa israeliane tre anni fa – ha sottolineato Bahar – , e avrebbe dovuto condannare la carneficina operata ai danni dei bambini di Gaza, e chiedere la fine dell’oppressivo assedio israeliano sulla Striscia, invece di piangere al Muro di al-Buraq (il Muro del Pianto, ndr)”.
Per questo motivo, Bahar ha invitato il Papa a dare un tono più imparziale alla sua visita, il che, secondo il deputato, aiuterebbe a rendere giustizia alle vittime dei “macellai” della guerra.
Da parte sua, padre Musallam si è dichiarato “fiero di far parte del grande popolo palestinese”, assicurando che sia lui che tutti gli altri cristiani palestinesi sono e resteranno fedeli alla loro terra.
Ha evidenziato l’indivisibilità del popolo della Striscia di Gaza da quello della Cisgiordania, aggiungendo che i palestinesi, a prescindere dalla religione, hanno l’obiettivo comune di liberarsi dell’occupazione.
Padre Musallam ha quindi criticato la reticenza del Papa a condannare pubblicamente i massacri israeliani nella Striscia, dove 1.400 palestinesi sono stati uccisi e più di 5.000 sono rimasti feriti nei 22 giorni a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009.
Il Papa avrebbe inoltre rifiutato un invito, lanciato dallo stesso Padre Musallam, a visitare la Striscia di Gaza per essere testimone oculare delle condizioni di povertà e di miseria vissute dal milione e mezzo di abitanti della regione, sia cristiani che musulmani, sotto l’embargo israeliano. Grande delusione è stata espressa per il rifiuto di Sua Santità.
da Infopal
DISGUSTOSO
GLG Ripensare Marx 10 maggio 2009
Quel giornalaccio che è Libero ha intitolato un suo articolo: “L’abbraccio Calabresi-Pinelli non cancella le colpe dei terroristi”. Lascia quindi sottintendere che Pinelli abbia qualcosa a che fare con il terrorismo. Ora, quei pochi che hanno ancora un minimo di memoria sanno che Valpreda e gli anarchici si fecero anni di galera, furono trattati da “mostri”, ma furono poi prosciolti poiché si appurò – secondo le procedure della Magistratura – che non c’entravano nulla con l’attentato di Piazza Fontana. Dunque, la famosa versione, fornita ufficialmente dalle Autorità, secondo cui Pinelli si buttò dalla finestra gridando: “ormai sono scoperto”, era una menzogna di una bassezza senza pari. La versione ulteriore, credibile quanto la precedente, fu che Pinelli fece un balzo verso la finestra per sottrarsi ad un interrogatorio (evidentemente condotto con estrema gentilezza e fair play) e “accidentalmente” cadde (un interrogatorio così “signorilmente” condotto non aveva esaurito le sue energie ed egli sbagliò evidentemente nello slancio preso). Non contesto la scelta della vedova Pinelli. Avrà avuto le sue buone ragioni – dopo anni di vergognoso silenzio sulle vicende della morte di suo marito (mentre Calabresi veniva celebrato come Martire) – per accettare l’invito di Napolitano, a mio modesto avviso profondamente sbagliato. In effetti, quell’abbraccio, al contrario di quanto dice il suddetto fogliaccio, non cancella le colpe di chi mentì infamando una persona profondamente onesta, ma solo “fuori del coro” nel criticare questa società, che consente di mentire e infangare gli innocenti come fanno i mentitori reazionari e ottusi (ci sono anche i reazionari intelligenti e dignitosi). Viviamo un’epoca di infame “revisionismo”; l’unico per cui si rischia la galera è quello che osi dire solo “bah” sui crimini attuali di chi massacra in Medio Oriente (si è capito chi è?). Per tutto il resto, la menzogna spadroneggia. Con l’ultimo 25 aprile, grazie ad un antifascismo di gran lunga peggiore (nella sua capacità di abiura) del fascismo, si è definitivamente ridotta la Resistenza a “lotta di liberazione”; allora, se così fosse, quell’episodio esaltato (con la solita enfasi e retorica di chi non crede in nulla) come rinascita morale dell’Italia sarebbe del tutto minore, e puramente accessorio, rispetto alla funzione delle “truppe alleate”, che ci hanno “liberato” da ogni altro asservimento che non fosse quello ai predominanti (e prepotenti e massacratori di massa come a Dresda o a Hiroshima e Nagasaki) di turno. La vera Resistenza, che rappresenta l’80% dei morti, arrestati e messi in galera o al confino, torturati, ecc., è stata bellamente tradita. Può essere che sbagliasse – anzi sicuramente l’esempio del “socialismo reale” si è dimostrato storicamente fasullo – ma comunque quell’80% per cento non ha lottato per la “liberazione”, ma per una trasformazione sociale; si era creduto che si potesse instaurare un “ordine nuovo” di maggiore giustizia ed eguaglianza. Non si accetta di morire e soffrire per tornare allo sfruttamento capitalistico “democratico” invece che “autoritario”. Tuttavia, pure quelli che hanno partecipato a quella lotta – pochi sopravvissuti ancora, ma in posizioni di potere, di occupazione dei media, ecc. non proprio di secondo piano – avallano questa vergognosa revisione, permettono di fare del 25 aprile una festa degli americani e dei loro reggicoda in questo paese di servi (“Ahi serva Italia…ecc.” fu scritto dal “Massimo Poeta” tanti secoli fa!). proprio bene non leggere mai più Le lettere dei condannati a morte della Resistenza (europea e italiana). Il “magone” sarebbe troppo pesante da sostenere. Il tradimento è stato totale e ignominioso; come del resto è capitato innumerevoli volte nella storia. Ogni volta, purtroppo, si vive male e si prova disgusto (e anche sentimenti “leggermente” peggiori verso “alcuni”). Comunque, ormai il rinnegamento è totale e non più rimediabile; e quell’epoca è passata. Un altro letterato diceva all’incirca: “è finita l’epoca dei gattopardi, ora siamo in quella delle iene e degli sciacalli”. Diciamo pure: degli scarafaggi, dei lombrichi, delle limacce. Quindi, andiamo avanti e pensiamo al futuro, provando disgusto per i vermi che ci circondano e imperversano in tutti i media; ma finirà anche la loro “stagione”, e non saranno certo ricordati se non come esempio del peggio che, nella storia, sempre si alterna al meglio, in una lotta che non avrà mai fine. postato da trotzkij alle ore 20:54
Ho detto tutto....
"Ora sono più tranquilla. Sono convinta che a questo punto non sia dignitoso che io mi fermi qui. La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni"